LA FIACCA CALMA PIATTA DELLA BASSA

 

Gualtieri è un posto strano. A me piace definirlo come un paese di matti e niente in questi anni mi ha mai fatto dubitare di questo giudizio. Persino Patrizio Roversi in uno dei suoi programmi televisivi l’aveva descritto così, notando la forma del Teatro Sociale e la fama del suo più celebre cittadino. Questo perché qua il teatro è costruito al contrario, o meglio restaurato al contrario e riadattato al meglio delle possibilità di un gruppo di ragazzi che ha reinventato un luogo abbandonato a sé stesso. Il palco sta dove prima ci stavano le sedie e le sedie dove ci stava il palco. Il risultato è che i palchetti sono rivolti verso il pubblico e tutto il teatro diventa uno strano gioco dove pure il pubblico sembra dover recitare.

Il più celebre cittadino è Antonio Ligabue il quale accoglie ogni giorno tutti coloro che arrivano da Guastalla col suo enorme testone in metallo e lo sguardo torvo di chi ha passato una vita grama e lontano da casa. Perché Antonio Ligabue in realtà non era neanche gualtierese ma qui in paese c’era finito per uno scherzo del destino e contro la sua volontà. Probabilmente ha passato la sua vita sognando le alpi ma bloccato nella bassa. Ligabue lo chiamavano Toni al màt, Toni il matto, e questa è la cifra stilistica dell’esperienza Gualtierese. Girava affamato per il paese scambiando le sue croste per un pezzo di pane che i generosi abitanti gli concedevano. Quando Toni è diventato famoso e i sui quadri han cominciato a valere milioni mezzo paese è corso a cercare una qualche opera che era stata scambiata decenni prima per una ciotola di minestra e usata poi per tappare i buchi di una finestra rotta. Questa era una terra di contadini, gente pratica che non capisce l’arte e valuta le cose col metro della fame e non della bellezza.


Nonostante ciò Toni non è stato l’unico strambo artista gualtierese perché qua da queste parti per un certo periodo -sulla scia del successo di Ligabue probabilmente- ci son stati più pittori che avvocati e tutti meno normali degli altri. Nerone ad esempio, così chiamato perché si diceva avesse dato fuoco al suo studio legando uno straccio infiammato alla coda di un gatto. Oppure Rovesti il pittore contadino che faceva le mostre coi quadri visibili da entrambi i lati. Infatti se da un lato dipingeva le scene naif della vita contadina sul retro scriveva in dialetto sgrammaticato descrizioni dei quadri dando luogo ad una sorta di esperienza multimediale ante litteram.

Tutta questa è la Gualtieri che mi piace raccontare ai miei amici di fuori. Quando parlo del mio piccolo borgo piccolo mi piace spiegare della piazza perfettamente quadrata, simbolo rinascimentale assolutamente fuori luogo in un paesino fuori da ogni rotta. Mi piace descrivere l’isola degli internati e la lussureggiante golena, la casa del grande fiume che da sempre governa i ritmi della natura e della vita degli uomini. Mi piace esagerare le gesta dei volontari della Pro Loco, mascherando le loro iniziative come azioni di una setta che controlla le sorti del paese e la sua vita sociale.

Ovviamente Gualtieri non è solo questo e ci sono cose di cui non mi piace parlare. Gualtieri è anche depressione post industriale, edifici abbandonati e aziende che sono fallite, che stanno fallendo e che falliranno. È un paese che ha vissuto un sogno incarnato nella Tecnogas e nella Latte Reggiano e che è morto insieme a loro. Un paese senza prospettive e senza futuro per i giovani che guardano lontano e devono sempre andare in città per avere qualcosa da fare. La grande discoteca del paese è andata anche lei a gambe all’aria quando ero piccolo e i suoi decenni di storia non sono bastati a salvarla dalla sorte che sta colpendo tutte le gradi balere di provincia. Insomma a Gualtieri c’è poco da fare ma tanto da sognare e ogni tanto qualcuno propone, immagina e descrive possibilità e prova a fare qualcosa ma poi fallisce. Manca la volontà, manca la disponibilità, mancano i soldi. E tutto si perpetua e resta come è tra la civiltà contadina e il deserto post industriale che ci ha creduto troppo e si è fatto male.

Gualtieri è casa mia e quando ne parlo soffro dentro. Non riesco ad immaginare di non viverci perché la amo ma vorrei scappare e conoscere il mondo. Io bramo Gualtieri e la sua storia, la vita di una società semplice che è esistita e che ora stride in una contemporaneità aperta sull’universale quando qua tutto è piccolo e insignificante. La cerco nei libri e nei film di Don Camillo i quali raccontano una bassa dura e reale ma idealizzata in tutte le sue contraddizioni. La bramo in ogni canzone, articolo, libro e fotografia che congela un periodo della storia del borgo che non ho vissuto.

Gualtieri è un banco di nebbia e lo è anche ad agosto quando il sole picchia forte sui cervelli della gente e arriva il grande caldo della bassa. É una nebbia dell’anima: umida, fredda e grigia. Ti entra nelle ossa e ti incricca tutte le articolazioni, nasconde le cose più lontane e ti costringe a rallentare, a soffermarti su ciò che hai vicino e a immaginare il resto. Stare a Gualtieri è come stare nella nebbia perché si è soli con sé stessi e il mondo fuori sembra irraggiungibile. Ê un incubo ma per certi versi anche un sogno.

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