PARTITI (politici) E NON TORNATI
Approcciandosi oggi a quella complessa materia che sono i partiti politici in Italia viene spontaneo chiedersi se abbia ancora senso parlare di partitocrazia e se il gigante che comanda incontrastato non abbia in fondo dei minuscoli piedi d’argilla. Se infatti è vero che i partiti hanno dominato la vita politica del nostro paese (e non solo) negli ultimi ottant’anni oggi la situazione è ben più che magra sia sul piano della reputazione che su quello dell’organizzazione. Ma se i partiti sono in crisi chi può prendere il loro posto?
Partendo dal significato della parola partito come piace sempre fare a coloro che vedono nell’etimologia la chiave ai significati più nascosti, è chiaro come il termine sia strettamente legato al concetto di parte. Il partito è quindi una parte del totale ovvero della società civile nel suo complesso. Di questa parte rappresenta il centro aggregativo, l’organizzazione che si incarica di rappresentarne gli interessi e portarne avanti le battaglie. Questa dimensione parziale dei partiti ha fatto sì che nel corso della storia politica europea il loro fianco venisse prestato a varie critiche, tra le quali la più famosa è probabilmente quella di Rousseau. Per chi vedeva nella Volontà Generale l’unica forza in grado di indicare legittimamente ciò che era definibile come la vera voce della comunità sociale, ogni singola partizione dello spazio politico diventa un male, matrice di lotte e menzogne e corruttrice dell’armonia difficilmente costruita. La Volontà Generale non è infatti la somma delle parti (dei partiti in questo caso) ma qualcosa di più alto e sublime che presuppone l’assenza di conflitti e di suddivisioni. Sulla stessa linea, ma molto più avanti nel tempo, si può inserire un’altra importantissima critica che è quella scritta da Simone Weil nel 1943, quindi a cavallo tra la fine dei due grandi totalitarismi dell’Europa occidentale e la rinascita delle democrazie di massa novecentesche. Weil descrive in maniera molto tenera i partiti niente meno che come un male assoluto che necessita di essere sradicato a tutti i costi. Mantenendo una visione che è facile collocare sullo stesso filo di quella rousseauiana Weil scrive di come i partiti creino divisioni all’interno della società, fomentino e sfruttino le passioni politiche per scopi interni all’organizzazione e soprattutto come abbiano come unico scopo il diventare sempre più grandi fino a inglobare tutto e tutti. Per questo i partiti sono considerati totalitari di natura. Certo la visione di Weil è per certi versi a dir poco radicale ma, nonostante ciò, pone sul piatto un problema che merita approfondimento. Infatti, nel passaggio dai grandi partiti di massa del Novecento agli attuali partiti pigliatutto e cartel party che dominano ora i panorami politici (in sintesi partiti con una componente ideologica molto più blanda e oramai strettamente ancorati alle istituzioni e ai ruoli pubblici) si è andata a perdere quella dimensione di utilità sociale che li rendeva fondamentali.
Simone Weil quando vede un partito politico
Secondo Panebianco ogni partito affronta nella sua vita un passaggio tra varie fasi organizzative dove agli albori si può collocare la fase più ideale, dove il partito nasce attorno ad uno scopo e su quell’ideale sviluppa la sua forza e i suoi interessi. In un secondo momento però la struttura si ossida, gli ideali cedono il posto al bieco opportunismo e la prerogativa dell’organizzazione diventa la sua sopravvivenza e la sua crescita. Questa transizione rappresenta un graduale passaggio, una transizione tra un modello e l’altro dove la lotta cede il passo alla conservazione. Tutto ciò va ad intrecciarsi su come i partiti costruiscono il proprio consenso e dove trovano capitali per la propria vita. Se infatti ottant’ani fa ogni partito poteva contare su una solida base elettorale di iscritti in grado di finanziare e partecipare attivamente alle attività politiche oggi questo legame con la società civile è andato piano piano ad erodersi. Qua in Italia in particolare la fiducia nella forma partito è andata crollando anche, ma non solo, in seguito agli scandali che hanno visto crollare il sistema democristiano e dai trent’anni di instabilità che ne sono seguiti. A fronte di questa erosione alla base i partiti si sono rifugiati nelle istituzioni, trovando la propria fonte di finanziamento nelle rendite politiche delle cariche pubbliche e attraverso una vera e propria occupazione dello stato.
Se quindi i partiti non sono più quelli di una volta, se hanno smesso quel ruolo fondamentale di connettore diretto tra società civile e stato, se hanno perso il loro carattere trasformativo diventando unicamente amministratori dell’esistente impegnati a sopravvivere, perché i nostri sistemi politici sono ancora dominati dai partiti? In un contesto come questo viene spontaneo chiedersi se oggi come oggi le democrazie possano fare a meno dei partiti perché purtroppo, nonostante i loro limiti e i loro difetti, restano l’unico legame solido tra stato e cittadini, l’unico corpo intermedio in grado di far passare la volontà della società civile dal basso verso l’alto. Le nostre democrazie contemporanee sono costruite attorno ai partiti sia formalmente che materialmente e per questo se si vuole togliere l’elefante dalla stanza è necessario un altro modo per svolgere questa funzione fondamentale.
Guardare al passato è abbastanza scoraggiante perché è possibile trovare varie forme di democrazia diretta funzionanti solo in particolari condizioni (territorio poco esteso o cittadinanza poco estesa) e alcune forme di democrazia rappresentativa non replicabili. Per chi cerca una qualche forma di rappresentanza politica senza partiti basta osservare il regno sabaudo e l’Italia liberale prefascista. In questo periodo storico ad un senato di nomina regia si affiancava una camera eletta su base prima censitaria e composta da rappresentanti eletti senza nessun partito. Ciò era possibile principalmente a causa del numero estremamente basso di elettori che rendeva inutile la creazione di organizzazioni extraparlamentari che andassero oltre il semplice comitato elettorale. L’ingresso delle masse nel sistema di voto rese però obsoleto questo sistema. Per dirigere le preferenze era conveniente un’organizzazione che funzionasse oltre i brevi periodi elettorali e che mantenesse un legame stabile tra eletti e elettori. I partiti di massa nascono in questo contesto per gestire i grandi gruppi socialista e cattolico troppo grandi e numerosi per essere assorbiti dal piccolo e modesto sistema notabile liberale. Insomma, la democrazia di massa nasce insieme ai partiti di massa perché solo i partiti sono in grado di catalizzare, canalizzare e indirizzare la forza dei grandi gruppi sociali. Il corpo intermedio tra cittadini e stato è fondamentale data la mole immensa del corpo elettorale e per questo un sistema rappresentativo come quello liberale non è più applicabile in una moderna e matura democrazia di massa.
E per quanto riguarda invece la democrazia diretta? C’è chi parla del mezzo internet come una possibilità concreta per implementarla nelle democrazie contemporanee ma non si rende conto che il problema non sta tanto nel creare una piazza virtuale quanto nel gestirla. L’esempio più vicino a noi è quello della piattaforma Rousseau utilizzata dal Movimento 5 Stelle per le decisioni interne al partito. Lasciando da parte tutti i dubbi e le criticità relative alla gestione più o meno trasparente del forum la problematica più ampia che emerge riguarda la difficoltà nell’organizzare un luogo che abbia al suo interno la possibilità di discutere e decidere per migliaia di persone. Basta allargare questi numeri provando ad includere tutti i cittadini italiani, o perché no europei, per rendersi conto dell’immane problema che questo genere di sfida pone.
Comunque, se esempi di sistemi passati e presenti di gestione apartitica della cosa pubblica non aiutano molto a trovare risposte e direzioni verso la sostituzione dei partiti conviene guardare al futuro, pensare qualcosa di nuovo e mai visto prima. Così come i partiti di massa hanno la loro origine nelle trasformazioni che hanno investito i sistemi liberali, così i partiti contemporanei stanno assistendo a nuove forme di partecipazione e organizzazione. Innanzitutto, l’idea di militanza leggera: attivisti non iscritti al partito ma capaci di mobilitarsi e smobilitarsi a seconda del momento. Poi la grande potenza del mezzo del web il quale ha rivoluzionato completamente la vita umana nel corso di appena trent’anni. L’effetto principale e più immediato di questo cambiamento è visibile sul piano comunicativo ma ciò non toglie che le potenzialità di internet sono ancora insondabili. Per finire abbiamo la nascita dei cosiddetti Single Issue Party, ovvero formazioni che nascono, crescono e vivono unicamente su una singola proposta politica (come, ad esempio, il Brexit Party) per poi morire non appena quell’obiettivo viene raggiunto. Ora l’idea di movimenti e associazioni legati a temi specifici non è ovviamente nuova ma con l’erosione della capacità di presa dei partiti e le possibilità offerte dai nuovi mezzi di comunicazione questi nuovi movimenti sembrano capaci di sbucare come funghi.
Quindi quale è il futuro dei partiti politici nelle democrazie contemporanee? Ma io che ne so Sinceramente viene difficile immaginare una fine radicale e definitiva del mezzo partito, una completa e totale soppressione come auspicato da Simone Weil. I partiti servono perché continuano ad essere l’unico modo per collegare i cittadini alla gestione dello stato. Queste organizzazioni si sono rese indispensabili andando a inserirsi nelle regole della gestione della cosa pubblica, regolamentando la competizione e occupando sedi e cariche nella maniera più ampia e tentacolare possibile. Se da un lato hanno perso il loro legame con le loro basi elettorali, dall’altro sono sempre più andati a coincidere con lo stato rendendo difficile la nascita di alternative all’interno del sistema rappresentativo. Il professor Piero Ignazi in un suo libro intitolato "Forza senza legittimità" spiega come in una maniera apparentemente assurda oggi i partiti sono deboli come non lo sono mai stati (dal punto di vista della legittimità) ma allo stesso tempo non sono mai stati così saldi e forti in quanto a finanziamenti e occupazione dello stato. Insomma, se si ha l’intenzione di buttare giù i partiti occorre probabilmente farli crollare con lo stato attorno al cui oramai si ritrovano avvinghiati. Ma è sempre importante ricordare che a tutto c’è rimedio salvo la morte e che spesso le migliori soluzioni arrivano nei modi più inaspettati. I vecchi partiti di massa, seppur strettamente legati alle istituzioni, rappresentano un mezzo che in un modo o nell’altro può essere sostituito o riformato. Ci vuole tempo, ci vuole pazienza e soprattutto occorre immaginare qualcosa di nuovo. Il gigante coi piedi d’argilla chiamato partito politico prima o poi cederà e toccherà a noi raccoglierne i cocci o dargli il colpo di grazia. Speriamo di essere pronti allora.
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| Il professor Ignazi molto incazzato |


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