2666

Allora devo ammettere che per certe cose sono un filo ossessivo. Nel senso, mi capita di avere libri/canzoni/videogiochi che compongono da soli il 50% di ciò che leggo/ascolto/gioco. Queste piccole ossessioni cambiano col tempo, svanendo piano piano e venendo poi sostituite da altre ma a volte ritornano. 2666 è una di queste.

Come io sia finito a leggere un autore come Bolaño è di per sé una storia e parla di me e della mia incapacità patologica di affrontare ciò che tutti gli altri fanno e del mio cercare per puro sfizio ogni volta la strada meno battuta. Sono fatto così. Sono scemo e lo so. Resta il fatto che ho letto il mio primo romanzo di Bolaño quando avevo 17 anni e da allora ne avrò letti sì e no 3. Posso anche a citarne i titoli: 

I detective selvaggi: una storia di poeti messicani sperduti in Messico e delle loro vite intrecciate col sublime.

La pista di ghiaccio: romanzo su un omicidio in una piccola cittadina balneare. Composto da tre differenti narratori che mescolano le loro vite e i loro punti di vista.

2666: un romanzo mondo. Un mattone sia parlandone fisicamente che a livello letterario. Non una storia ma ben cinque diversi romanzi collegati da luoghi, personaggi, situazioni.

Non sono un esperto di Bolaño e non credo di poterlo diventare, mi manca il background da studente di letteratura, da filologo o che ne so, però allo stesso tempo almeno una volta all'anno uno di questi libri lo rileggo e ogni volta provo a capire, interpretare, immaginare ciò che l'autore ha lasciato scritto e il profondo messaggio nascosto in ogni riga.

Cifra stilistica che ho individuato e che credo sia valida nell'interpretare la poetica dell'autore è l'intreccio, inteso non come dipanarsi della storia ma come serie di collegamenti tra i protagonisti delle sue storie. Non importa quale di questi tre libri uno scelga di leggere, vi troverà sempre persone le cui vite sono strettamente legate anche al di fuori dei più banali e ovvi collegamenti. A volte basta una singola parola per mettere insieme due persone che in realtà non si sono neanche mai viste di persone. Questo è per me il grande potere di Bolaño.

2666 è un romanzo incredibile, forse il più bello, pieno, minaccioso che abbia mai letto. Ne ho già scritto anni fa su altre pagine parlando del significato dell'intreccio e della mancanza di una vera conclusione, come se ogni fine fosse in realtà solo una vita che scivola via. Stasera ho appena finito di rileggere la parte più corposa del romanzo, quella che viene chiamata "la parte dei delitti". L'ho letta in inglese in vista di un esame di inglese a mo' di allenamento e, guardandosi indietro, è stata una velleità. Certo è geniale andarsi a leggere un autore cileno nella traduzione inglese. Avrebbe avuto molto più senso cercarsi roba britannica ma ehi l'ho già detto che sono scemo, no? In ogni caso ci ho messo tanto in parte per la lingua, in parte per altri impegni ma sopratutto perché la storia che racconta è veramente pesante.

il deserto del Sonora è innanzitutto un luogo che non esiste, scaturito dalla mente dell'autore.


Ognuna delle storie che compone 2666 ha un focus e un'ambientazione diversa ma tutte in un modo o nell'altro convergono tutte a Santa Teresa, cittadina nel Sonora al confine con gli USA, dove da tempo immemore, vengono perpetrati centinaia di omicidi di giovani donne. La parte dei delitti è proprio questo: 500 pagine di descrizioni di innumerevoli omicidi con nomi e vite delle ragazze uccise, mescolate alle inconcludenti indagini e alle vite di coloro che in un modo o nell'altro vi si trovano impantanati. Ciò che emerge è l'abitudine alla brutalità che ha oramai preso possesso di coloro che vivono lì, l'incapacità della polizia mescolata alla connivenza, il ruolo dei cartelli della droga e la cultura alla base di tutti questi eventi. La città che viene descritta è marcia fino all'anima, se un'anima ha ancora, e l'unico modo per porre fine a tutto ciò sembra essere solo il completo annichilimento.

Come dicevo è appunto una storia che fa male e che lascia delle cicatrici, ma è anche una storia bella proprio perché fa male. Tutto 2666 lo è ma questa parte lo è esponenzialmente di più. Non a caso rappresenta la sezione più ampia del libro, come a sommergere il lettore con la meschinità e il dolore che viene fuori da tutte quelle morti e da come questa violenza non vada a scuotere minimamente la placida vita della città. 

Onestamente è un libro che consiglio sempre a tutti e che è per me oggi il mio romanzo preferito in assoluto. È difficile, è crudo, è strano e per questo mi parla dentro. Ciò che 2666 sa fare meglio è raccontare il modo in cui le più semplici vite di critici letterari, professori, giornalisti e scrittori, possano venire risucchiate nella follia della violenza di tutti i giorni. La letteratura, così come l'arte, non è sopra il mondo ma dentro di esso e come tale si macchia di tutto il fango, il sangue e la merda con cui viene in contatto.

Ultima cosa importante: piccolo spoiler, 2666 non ha una fine. Non perché l'autore è morto prima di concluderlo (cosa che in effetti è vera) ma perché la cifra stilistica di Bolaño quella è: far entrare il lettore nelle vite dei protagonisti e ad un certo punto uscire e non voltarsi indietro. Fa strano ma per me è anche il modo più bello di abbandonare un mondo che risulta ancora più vivo e pulsante.

Vabbè tutto questo perché ogni volta che leggo Bolaño mi parte la critica letteraria e divento pretestuoso. Ma alla fine va bene così, almeno tengo vivo questo sfogatoio online. Torno a finire di leggere l'ultima parte sapendo che da qua in poi è tutta discesa.

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