1997 FUGA DA NEW YORK - OVVERO COME TI DESCRIVO GLI STATI UNITI TRUMPIANI
Per una volta ogni tanto tocca fare un delirio serio e scrivere di contemporaneità. Lo so lo so non siamo abituati e mi scuso a priori per quello che leggerete ma oggi l'ispirazione va così. Sigla.
1988: l'indice di criminalità negli Stati Uniti raggiunge il
quattrocento per cento. Quella che un tempo fu la libera città di New
York diventa il carcere di massima sicurezza per l'intero Paese. Un muro
di cinta di quindici metri viene eretto lungo la linea costiera di
Jersey, attraverso il fiume Harlem, e giù lungo la linea costiera di
Brooklyn. Circonda completamente l'isola di Manhattan, tutti i ponti e i
canali sono minati. La forza di polizia statunitense, come un esercito,
è accampata intorno all'isola. Non vi sono guardie, dentro il carcere.
Solo i prigionieri e i mondi che si sono creati. Le regole sono semplici: una volta entrati, non si esce più.
Con questa introduzione inzia 1997: Fuga da New York, il capolavoro di John Carpenter scritto negli anni '70, girato negli anni '80 e ambientato a fine anni '90. Carpenter descrive un'America alla deriva, in guerra con URSS e Cina, completamente militarizzata e palesemente fascista. Carpenter stesso definisce la genesi del film come un risultato dello scandalo Watergate, un periodo in cui Gli Stati Uniti avevano perso fiducia nella politica. La New York di questo 1997 non è tanto una distopia quanto un possibile futuro esasperato nelle conseguenze ma comunque realistico. Jena Plissken, l'antieroe per eccellenza, incarna questa disillusione. Alla richiesta di salvare il presidente la sua laconica risposta è di "fare un altro presidente". La figura di Plissken in tutto il film viaggia a metà tra realtà e leggenda. Soldato delle forze speciali creduto morto per qualche oscura ragione e in realtà ridottosi a rapinatore di banche. Jena è un eroe caduto, uno che nonostante gli alti onori che gli spettano ha perso completamente la fede in ciò per cui combatteva e si è trasformato in un cinico nichilista.
L'intero film si sviluppa su un doppio piano di lettura: la storia ricca di azione e momenti di tensione e la critica profonda, mai nascosta alla contemporaneità. Figura centrale in tutto questo è quella del presidente: uomo di spettacolo forte coi deboli e debole coi forti. A fine film non piange una lacrima né si dispiace per tutti coloro che sono morti per salvarlo ma pensa solamente al trucco prima di andare in diretta televisiva. questo è nientemeno che un presidente della società dello spettacolo, un uomo dei media di massa che confondo il mezzo (il consenso) con il fine (la politica). Egli è l'incarnazione stessa del potere sclerotico di un paese morente. La scena iniziale sull'aereo descrive in poche battute il suo personaggio. Il suo salvataggio nella capsula è un fatto dovuto e tutti gli altri passeggeri non possono che accettare stoicamente il destino di morte. Oltre a ciò il presidente di per sé non rappresenta neppure il vero obbiettivo del salvataggio in cui si cimenta Jena, bensì la preziosa cassetta trasportata nella valigetta ed in grado di porre fine alla guerra. Ciò riduce il presidente (e la politica in generale) ancora più a fondo facendolo diventare un misero passacarte, un corriere. La scusa per fare partire il film - il dirottamento dell'air force one da parte di un gruppo terroristico marxista - è l'ennesima esasperazione di tensioni reali. I movimenti studenteschi del '68, le proteste sindacali, l'opposizione alla guerra in Vietnam, diventano catalizzatore di un'esplosione violenta. Lo scenario internazionale in cui si svolge il film lascia tutto molto vago ma fa ben capire che non per forza gli americani sono i buoni e gli avversari i cattivi.
I prigionieri sono un mondo a parte. Una raccolta di freak di varia natura divisi in bande. La maggior parte di loro non parla ma risulta inquietante coi movimenti e con gli sguardi. Non sono uomini ma animali in gabbia. L'intera Manhattan trasformata in prigione simboleggia l'abbandono da parte dello stato, la più completa e assoluta criminalizzazione del dissenso e del diverso insieme all'assenza di rieducazione. Una volta entrati non si esce pù. La città diventa un mondo ostile, una giungla abitata da tribù primitive e cannibali. Non a caso le armi più diffuse lungo tutto il film sono archi e balestre. Il duca di New York è il puro potere carismatico e la sua contrapposizione al presidente mostra ancora una volta quanto è piccolo e misero quest ultimo. Il suo piano non è una grandeur pazzoide e da delirio d'onnipotenza - come viene sempre facile scrivere per questo tipo di personaggi - ma l'amnistia totale dei detenuti dell'isola. Una completa cancellazione dei loro reati e il reinserimento nella società civile. Il carcere è un luogo dove nascondere i derelitti e gli indegni del paese quindi quella del Duca è a tutti gli effetti una rivoluzione.
Cosa ci racconta l'America di Carpenter oggi? In un periodo storico dove c'è un presidente che mostra un disinteresse mai visto degli strumenti democratici a fronte di un uso esasperato della comunicazione di massa, che finanzia all'inverosimile una polizia militarizzata destinata ad arrestare e detenere senza accuse cittadini qualunque e reprimere il dissenso attraverso la violenza, che annuncia la costruzione di enormi carceri senza scopo alcuno se non quello di far marcire i criminali, ecco in tutto questo l'America di John Carpenter bussa alla porta allarmandoci tutti. Carpenter descrive uno stato di polizia che ha scelto di affrontare un problema sociale attraverso la repressione e la criminalizzazione. Come nell'oramai celebre Alligator Alcatraz la prigione è prima di tutto un luogo di sofferenza senza altro scopo se non quello di punire - spesso oltre misura - e trasformare i detenuti in animali. Il pugno di ferro contro i presunti criminali non è che la giustificazione per l'uso della forza per scopi interni arrivando a miancciare e disinnescare ogni forma di dissenso criminalizzandolo. Gli stati uniti sono una delle più vecchie democrazie del mondo e sappiamo bene che vecchio non vuol dire per forza in salute. Alla fine John Carpenter ci insegna che per arrivare in un brutto posto possono bastare una ventina d'anni. Facciamo in modo che ciò non debba mai essere il nostro caso.



Commenti
Posta un commento